Toghe finte




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Iniziamo con qualche considerazione in merito all’attività forense. Percepita dai più quale mera competenza indirizzata alla difesa degli imputati a giudizio o degli interessi clientelari in diatribe civili, è in realtà qualcosa di ben più articolato e occulto. Il professionista inizia la sua attività legale a seguito di giuramento dopo aver conseguito la laurea in giurisprudenza e successivo periodo di tirocinio presso uno studio professionale abilitato.

Il giuramento è espletato innanzi al Consiglio Forense e riguarda l’impegno solenne di operare nell’ambito del Diritto Marittimo, dove i Tribunali di tutto il Mondo, con le loro corti, rappresentano i ponti delle navi. Il Diritto marittimo deriva da quello canonico, di qui il termine derivante di riti o rituali che si eseguono nella corte (corte o cortile dell’oratorio, la corte del Papa o quella del Re).

Il Consiglio Forense italiano rappresenta il Bar Council della City of London e l’A.B.A. (American Bar Asociation).

Il Bar Council è composto da migliaia di figure forensi tra cui: solicitor; lawyer; barrister (in Italia conosciuti col termine generico di procuratori legali e avvocati), ecc. Costoro, a seguito del giuramento suddetto, operano all’interno del Diritto dell’Ammiragliato (Legge del mare o Commerciale) e non secondo il Diritto naturale o comune. Il Diritto dell’Ammiragliato è rappresentato nelle aule dei Tribunali dalla Corte, che richiama il Ponte della nave, col suo comandante (giudice).

Nei procedimenti tribunalizi si celebrano quindi dei riti o rituali, richiamati unicamente, quale fonte, dal Codice Canonico, dal quale deriva a sua volta il Codice dell’Ammiragliato.

Analizziamo ora la formula del giuramento: “Consapevole della dignità della professione forense e della sua funzione sociale, mi impegno ad osservare con lealtà, onore e diligenza i doveri della professione di avvocato per i fini della giustizia ed a tutela dell’assistito nelle forme e secondo i principi del nostro ordinamento”. Ma di quale ordinamento si tratta, considerato che non è specificato? Senza ombra di dubbio è riferito all’impegno solenne che i professionisti del settore dichiarano di voler esercitare con totale obbedienza nei riguardi del Bar Counsel della City di Londra che opera nell’ambito della Common law o Legge comune, interpretata attraverso il “Black Law Dictionary) (Dizionario della Legge Nera). Pertanto l’operato dei forensi nulla ha a che fare con l’applicazione e l’osservanza delle norme della Civil law (Diritto Positivo) italiana e della sua Carta Costituzionale. Infatti il Consiglio Forense italiano con sede a Roma è una succursale del Bar Counsel.

Il famoso miglio quadrato della “City of London” è un territorio indipendente, fuori da qualsiasi giurisdizione britannica o internazionale, dove la fanno da padrone i voleri dei rappresentanti della finanza internazionale. Pertanto i forensi non osservano la Legge della Terra ma la Legge del Mare (commerciale) e a questa struttura giurano obbedienza pena sanzioni amministrative e provvedimenti disciplinari da parte dell’Ordine.

Se a ciò aggiungiamo il fatto che i giudici, che in realtà sono dei meri esecutori amministrativi, operano anch’essi secondo i riti canonici della Legge dell’Ammiragliato (commerciale) e che sono investiti della funzione non più a seguito di giuramento verso il Diritto nazionale ma solo dopo firma contrattuale d’incarico, abbiamo un bel quadretto che si ripercuote negativamente sull’applicazione della vera giustizia, tutto a discapito degli ignari cittadini.

Le sempre più numerose sentenze di pignoramento dei beni, della sottrazione dei minori dalle proprie famiglie e delle accuse infondate su coloro che contrastano il sistema corrotto, non fanno altro che confermare che nelle aule dei Tribunali non si applica la giustizia ma il profitto. Si tratta fondamentalmente di Trust a livello globale, con epicentro nel Deleware (USA), pertanto l’Italia è di fatto una colonia Statunitense che detta le regole e le procedure da attuarsi nelle aule di “Giustizia”.

Ora è evidente che c’è un chiaro conflitto d’interesse da parte dei Forensi che dovrebbero osservare e applicare il Diritto nazionale e che invece applicano quello commerciale con tutti gli annessi e connessi del caso. In teoria i Legali non potrebbero esercitare nelle aule di Giustizia all’interno del Diritto positivo nazionale perché assoggettati alla Common law (Diritto comune). Nel fare ciò risultano in una condizione disonorevole, oltre a compiere un atto di spergiuro e di falso.

Ricordiamo che in aula le figure presenti sono così strutturate: il Cancelliere che dispone del trust (trust = disperso in mare = morto) oggetto del contenzioso; il Giudice, che inizialmente amministra attivamente il trust ricevuto dal Cancelliere, che concretizza, tramite l’identificazione nel nome da parte dell’imputato, il passaggio a quest’ultimo dell’amministrazione passiva del trust, così da poterlo san-zion-are; il Beneficiario, ossia l’imputato, che beneficia positivamente o negativamente delle decisioni della Corte. A questo punto è fondamentale comprendere che il transito del trust non deve essere concesso e che il Diritto che deve essere applicato dal convenuto “in onore” è quello naturale (Natural law) egregiamente contemplato nel Diritto internazionale.

È fondamentale assimilare il costrutto che si manifesta in Tribunale, ossia il confronto tra parti che devono dimostrare la propria competenza e quindi supremazia-autorità sul procedimento in corso. Non a caso il Diritto positivo prevede la possibilità di difesa dell’imputato senza l’impiego di un forense, proprio quale principio costituzionale sancito dall’articolo 24.

 

 



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