TSO: Trattamento Sanitario Obbligatorio. Cos’è e come difendersi!

Il TSO è normato in Italia dal 2° C. della L. 180 del 1978 e non è altro che una copia del Mental Health Act diffuso in tutti i Paesi del Commonwealth (Gran Bretagna, Stati Uniti d’America, Australia, Singapore, Shang Hai, Hong Kong, ecc.) da cui l’Italia dipende direttamente dal punto di vista economico-finanziario, dove sono delineati gli scopi e le procedure attraverso la Section 12 che rimarcano il concetto del “the interest of the client”, il che significa che da un punto di vista medico, affermare alcuni concetti fuori dal comune non può essere considerato come presenza di “patologia psichiatrica”, se sia possibile accertare le fonti e le origini di tali dichiarazioni.

Affermare pertanto, ad esempio, che l’Italia è una corporazione privata non è circoscrivibile in un aspetto patologico, dal momento in cui è possibile riscontrarne la veridicità attraverso l’iscrizione della stessa presso la Securities Exchange Commission di Washington D.C.

Il fatto di poter sottoporre a TSO una persona contro la sua volontà, a riguardo di una malattia causante un disturbo psichiatrico, di cui la persona stessa non ne è consapevole, non significa agire nel momento in cui non si comprende esattamente il pensiero, ritenuto distorto o mal interpretato, del soggetto in questione, a meno che non comporti pericoli di sorta per sé o per altri. Per esempio, non pagare le tasse potrebbe essere interpretato come dannoso per gli altri se le tasse avessero davvero il fine ultimo per cui sono state presumibilmente istituite o finissero nelle tasche di uno stato che ne fa buon uso. Ma dal momento che le tasse riguardano una S.p.A. con numero CIK 0000052782 (Italy Republic of), e che questa, per riscuoterle, delega un’altra azienda privata quale Equitalia, non possiamo essere dinnanzi a ad un pensiero distorto ma a un dato di fatto. Una persona che quindi non paga le tasse, appellandosi al principio di autodeterminazione e sovranità individuale, non può essere privata della propria libertà individuale, tanto meno imputata di disordine psicologico

Premesso che le normative sul ricovero forzato sono state adoperate in molti Paesi per giustificare vari tipi di soprusi, vediamo di analizzare di cosa si tratta. TSO significa Trattamento Sanitario Obbligatorio, ovvero la condizione di una persona che viene sottoposta a cure mediche contro la sua volontà (L. 23/12/1978, art. 34). In teoria si dovrebbe verificare solo in ambito psichiatrico, attraverso il ricovero forzato presso i reparti di psichiatria degli ospedali pubblici, in pratica viene attuato sovente anche in situazioni che esulano dai parametri previsti.

Le condizioni richieste dalla norma per poter procedere sono fondamentalmente due. La prima riguarda la necessità di cure della persona, secondo i sanitari che l’hanno visitata, la seconda l’eventuale rifiuto della stessa a sottoporsi alle cure. Ulteriore condizione vincolante per tale procedura è la potenziale pericolosità per sé o per gli altri, dei soggetti interessati, che manifestano minaccia di suicidio o di compimento di lesioni a cose o persone, rifiuto di comunicare con conseguente isolamento, rifiuto di terapia, ecc. Sono condizioni in cui potrebbero trovarsi persone disturbate psichicamente, tossicodipendenti in crisi di astinenza, alcolisti, ecc.

Generalmente si procede a seguito dell’intervento dei sanitari, richiesti dai familiari o da terzi, in situazioni di presunto pericolo.

Il Trattamento Sanitario Obbligatorio è disposto da una ordinanza emessa dal Sindaco, nella sua qualità di autorità sanitaria del Comune di residenza o del Comune dove la persona si trova momentaneamente, a seguito di emanazione di due distinte certificazioni mediche che attestino che:

  1. la persona si trova in una situazione di alterazione tale da necessitare urgenti interventi terapeutici;
  2. detti interventi proposti siano rifiutati;
  3. non è possibile adottare tempestive misure extra-ospedaliere.

Tutte e tre le condizioni devono essere presenti contemporaneamente e devono essere certificate da un primo medico, sia di quello di famiglia, sia di qualsiasi altro medico e convalidate da un secondo medico appartenente alla struttura pubblica (generalmente, ma non necessariamente, uno psichiatra della ASL). La normativa non prevede e non specifica che i due medici debbano essere psichiatri.

Le certificazioni, oltre a contenere l’attestazione delle condizioni che giustificano la proposta del trattamento, devono motivare la condizione concreta quindi, non devono limitarsi a trascrivere le tre condizioni previste, né utilizzare semplici prestampati. La proposta di TSO deve essere sempre compiutamente motivata.

A seguito della ricezione delle certificazioni mediche, il Sindaco ha 48 ore per disporre, tramite un’ordinanza, il TSO, facendo accompagnare la persona dalla forza pubblica e dai sanitari presso un reparto psichiatrico di diagnosi e cura.

Inizialmente la persona è invitata a seguire la forza pubblica e i sanitari nel reparto ospedaliero, se si rifiuta può essere prelevata con la forza e trasferita al reparto psichiatrico. In teoria la norma fornisce il diritto alla persona di scegliere il reparto dove essere ricoverato, in pratica questo è uno dei tanti aspetti puntualmente disattesi.

Il Sindaco ha il dovere di inviare l’ordinanza di TSO al Giudice Tutelare, entro 48 ore successive al ricovero, che può convalidare o annullare il provvedimento entro le 48 ore successive (L. 180, art. 3, 2° C.) .

Generalmente l’ordinanza del TSO non è firmata dal sindaco, ma da un ufficio preposto e da un assessore delegato, quale, ad esempio, l’assessore alla sanità o, in sua assenza, da uno qualunque degli altri assessori.

Il TSO ha per normativa la durata di sette giorni, al termine dei quali, qualora non sia stata presentata dallo psichiatra una richiesta di prolungamento, il trattamento termina e lo specialista, non necessariamente lo stesso che ha proposto e convalidato il TSO, è tenuto a comunicare al Sindaco la cessazione delle condizioni richieste per l’internamento. Il Sindaco, a sua volta, lo comunica al Giudice Tutelare.

Nel caso in cui il trattamento sia prolungato, prima della scadenza dei sette giorni deve essere inviata al Sindaco una richiesta motivata di prolungamento. Entro 48 ore dal ricevimento della richiesta il sindaco o un suo delegato firmerà l’ordinanza di prolungamento, provvedendo a notificarla al Giudice Tutelare entro le 48 ore successive. Il Giudice, a questo punto, potrà convalidare o meno il provvedimento e ne fornirà comunicazione al sindaco. Nel caso di proroga il paziente deve richiedere la notifica o comunicazione per evitare di rimanere chiuso in reparto, risultando a questo punto come in condizione di ricovero volontario.

Una volta scaduti i termini del TSO, la persona può chiedere di essere dimesso in ogni momento e tale richiesta deve essere esaudita.

 

Comuni violazioni delle procedure.

Durante il ricovero l’unica possibilità che la persona ha di sottrarsi al Trattamento Sanitario Obbligatorio è quella di accettare la terapia. Capita spesso però il provvedimento di ricovero forzato sia mantenuto, nonostante il paziente accetti la terapia. Anche se la norma impone il ricovero forzato solo in casi eccezionali, come già enunciato sopra, in realtà le cose viaggiano spesso diversamente:

  1. frequentemente i ricoveri coatti (forzati) sono attuati senza rispettare pienamente la normativa, approfittando del fatto che molti sono a digiuno delle leggi e dei diritti della persona ricoverata. Spesso il paziente è lasciato all’oscuro del fatto che, allo scadere dei sette giorni, può lasciare il reparto e così inconsapevolmente viene trattenuto in regime di TSV (Trattamento Sanitario Volontario);
  2. sovente alcuni pazienti, quando si recano in reparto sotto TSV, sono poi trattenuti in TSO nel momento in cui fanno la richiesta di uscire ed andarsene;
  3. durante la prima settimana di TSO si assiste spesso a uno stato di debolezza, confusione, spersonalizzazione ed alienazione da parte del paziente che, oltre a subire un grande trauma, è sottoposto a pesanti terapie psico-farmacologiche, che lo annientano fisiologicamente e psicologicamente, rendendolo inoffensivo e arrendevole agli occhi degli operatori;
  4. sul paziente ritenuto irriducibile si ricorre sia alla contenzione fisica sia all’isolamento.

Tutto ciò si attua soprattutto nei riguardi di individui che, per le loro espressioni filosofiche o politiche, sono risultati essere scomodi all’ordine costituito. Si sono avuti episodi dove ad essere sottoposti a TSO sono stati addirittura magistrati in servizio, nel momento in cui hanno osato indagare i poteri forti.

 

I diritti da far valere dalle persone sottoposte a TSO.

Quando la persona è ricoverata in Trattamento Sanitario Obbligatorio presso il servizio psichiatrico, i suoi diritti, tra cui quello alla libertà di movimento e di scelta, sono limitati ed è obbligata a subire passivamente i trattamenti a lei somministrati.

Nonostante ciò alcuni diritti risultano essere garantiti:

  1. la persona interessata, gli amici, i familiari o chiunque abbia a cuore la persona ha la possibilità di fare ricorso al Sindaco contro il TSO. La norma recita espressamente che chiunque può fare ricorso. Inoltre, si può anche chiedere l’intervento di un avvocato. Il Sindaco ha l’obbligo di rispondere entro dieci giorni (art. 33 L. 833/78). Se viene presentato il ricorso entro le 48 ore successive al ricovero, è preferibile inviarne copia al Giudice Tutelare. Se il ricorso è respinto, il paziente può presentare la richiesta di revoca direttamente al Tribunale (art. 35 L. 833/78), chiedendo contemporaneamente la sospensione immediata del TSO e delegando, per rappresentarlo in giudizio davanti al Tribunale, una sua persona di fiducia;
  2. benché la persona non possa rifiutare le cure, ha comunque il diritto di essere informata sulle terapie a cui è sottoposta e di scegliere anche tra una serie di proposte alternative. Comunque, nel caso in cui le terapie somministrate siano particolarmente invasive, sarebbe opportuno presentare al responsabile del reparto una dichiarazione di diffida ai sanitari nei confronti delle terapie che la persona considera lesive nei suoi riguardi e può chiedere di inserire tale comunicazione all’interno della cartella clinica;
  3. il TSO non giustifica necessariamente la contenzione; in ogni caso, mai la violenza fisica. Qualora sia usata la contenzione fisica, questa dovrebbe essere applicata solo in via eccezionale e per un periodo di tempo non superiore alla somministrazione della terapia. L’art. 1 della L. 833 del 23 Dicembre 1978 sancisce che “la tutela fisica e psichica deve avvenire nel rispetto della dignità e libertà della persona”. L’utilizzo punitivo della contenzione, eventuali violenze verbali e fisiche degli operatori, fatti questi non ammissibili legalmente, sono reati perseguibili penalmente. In tal caso si può presentare una denuncia alla magistratura.
  4. durante il TSO il paziente ha il diritto di comunicare con chi gradisce, anche attraverso telefonate e non è ammissibile, da parte dei sanitari, la selezione delle persone che loro ritengono autorizzate ad entrare nel reparto (art. 33 L. 833/78).
  5. al termine del periodo di TSO, non sono necessari né una firma per uscire dal reparto, né la presenza di qualcuno che si rechi a prendere il paziente, assumendosene la responsabilità, in quanto la persona che è ricoverata in un reparto psichiatrico non è né incapace né interdetta e conserva tutti i diritti e doveri di chiunque altro. Quindi, può chiedere di essere dimessa in qualsiasi momento (L. 180, “Basaglia” del 1978) e questa richiesta deve essere immediatamente esaudita, altrimenti ci si trova di fronte al reato di sequestro di persona. Il TSO decade anche nel caso in cui i medici o il Sindaco o il Giudice Tutelare non abbiano specificato nel provvedimento le motivazioni che hanno reso attuabile il Trattamento Sanitario Obbligatorio;
  6. il paziente ha il diritto di comunicare nella sua cartella clinica tutte le informazioni concernenti il suo stato di salute e i trattamenti a cui è sottoposto;
  7. il paziente ha inoltre il diritto di sapere i nominativi e le qualifiche di chi opera nel reparto. Durante il trattamento, ogni sanitario deve avere sul camice un cartellino di riconoscimento.
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